Io e chiaramoon siamo scivolate su un fiore.
Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!
02 luglio 2009
ore 21.15
01 luglio 2009
e non fu dovuto al caso, ma all'ira implacabile di Cupido.
Ancora insuperbito per aver vinto il serpente, il dio di Delo,
vedendolo che piegava l'arco per tendere la corda:
«Che vuoi fare, fanciullo arrogante, con armi così impegnative?»
gli disse. «Questo è peso che s'addice alle mie spalle,
a me che so assestare colpi infallibili alle fiere e ai nemici,
a me che con un nugolo di frecce ho appena abbattuto Pitone,
infossato col suo ventre gonfio e pestifero per tante miglia.
Tu accontèntati di fomentare con la tua fiaccola,
non so, qualche amore e non arrogarti le mie lodi».
E il figlio di Venere: «Il tuo arco, Febo, tutto trafiggerà,
ma il mio trafigge te, e quanto tutti i viventi a un dio
sono inferiori, tanto minore è la tua gloria alla mia».
Disse, e come un lampo solcò l'aria ad ali battenti,
fermandosi nell'ombra sulla cima del Parnaso,
e dalla faretra estrasse due frecce
d'opposto potere: l'una scaccia, l'altra suscita amore.
La seconda è dorata e la sua punta aguzza sfolgora,
la prima è spuntata e il suo stelo ha l'anima di piombo.
Con questa il dio trafisse la ninfa penea, con l'altra
colpì Apollo trapassandogli le ossa sino al midollo.
Subito lui s'innamora, mentre lei nemmeno il nome d'amore
vuol sentire e, come la vergine Diana, gode nella penombra
dei boschi per le spoglie della selvaggina catturata:
solo una benda raccoglie i suoi capelli scomposti.
Molti la chiedono, ma lei respinge i pretendenti
e, decisa a non subire un marito, vaga nel folto dei boschi
indifferente a cosa siano nozze, amore e amplessi.
Il padre le ripete: «Figliola, mi devi un genero»;
le ripete: «Bambina mia, mi devi dei nipoti»;
ma lei, odiando come una colpa la fiaccola nuziale,
il bel volto soffuso da un rossore di vergogna,
con tenerezza si aggrappa al collo del padre:
«Concedimi, genitore carissimo, ch'io goda», dice,
«di verginità perpetua: a Diana suo padre l'ha concesso».
E in verità lui acconsentirebbe; ma la tua bellezza vieta
che tu rimanga come vorresti, al voto s'oppone il tuo aspetto.
E Febo l'ama; ha visto Dafne e vuole unirsi a lei,
e in ciò che vuole spera, ma i suoi presagi l'ingannano.
Come, mietute le spighe, bruciano in un soffio le stoppie,
come s'incendiano le siepi se per ventura un viandante
accosta troppo una torcia o la getta quando si fa luce,
così il dio prende fuoco, così in tutto il petto
divampa, e con la speranza nutre un impossibile amore.
Contempla i capelli che le scendono scomposti sul collo,
pensa: 'Se poi li pettinasse?'; guarda gli occhi che sfavillano
come stelle; guarda le labbra e mai si stanca
di guardarle; decanta le dita, le mani,
le braccia e la loro pelle in gran parte nuda;
e ciò che è nascosto, l'immagina migliore. Ma lei fugge
più rapida d'un alito di vento e non s'arresta al suo richiamo:
«Ninfa penea, férmati, ti prego: non t'insegue un nemico;
férmati! Così davanti al lupo l'agnella, al leone la cerva,
all'aquila le colombe fuggono in un turbinio d'ali,
così tutte davanti al nemico; ma io t'inseguo per amore!
Ahimè, che tu non cada distesa, che i rovi non ti graffino
le gambe indifese, ch'io non sia causa del tuo male!
Impervi sono i luoghi dove voli: corri più piano, ti prego,
rallenta la tua fuga e anch'io t'inseguirò più piano.
Ma sappi a chi piaci. Non sono un montanaro,
non sono un pastore, io; non faccio la guardia a mandrie e greggi
come uno zotico. Non sai, impudente, non sai
chi fuggi, e per questo fuggi. Io regno sulla terra di Delfi,
di Claro e Tènedo, sulla regale Pàtara.
Giove è mio padre. Io sono colui che rivela futuro, passato
e presente, colui che accorda il canto al suono della cetra.
Infallibile è la mia freccia, ma più infallibile della mia
è stata quella che m'ha ferito il cuore indifeso.
La medicina l'ho inventata io, e in tutto il mondo guaritore
mi chiamano, perché in mano mia è il potere delle erbe.
Ma, ahimè, non c'è erba che guarisca l'amore,
e l'arte che giova a tutti non giova al suo signore!».
Di più avrebbe detto, ma lei continuò a fuggire
impaurita, lasciandolo a metà del discorso.
E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo,
spirandole contro gonfiava intorno la sua veste
e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli
rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino
non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore
lo sprona, l'incalza inseguendola di passo in passo.
Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto
una lepre, e scattano l'uno per ghermire, l'altra per salvarsi;
questo, sul punto d'afferrarla e ormai convinto
d'averla presa, che la stringe col muso proteso,
quella che, nell'incertezza d'essere presa, sfugge ai morsi
evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla,
un fulmine lui per la voglia, lei per il timore.
Ma lui che l'insegue, con le ali d'amore in aiuto,
corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle
della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento.
Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa
allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e:
«Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,
dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».
Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,
il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici,
il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche così Febo l'ama e, poggiata la mano sul tronco,
sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia
e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,
ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.
E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia,
sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno,
o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra;
e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante
intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei.
Fedelissimo custode della porta d'Augusto,
starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.
E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa,
anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».
Qui Febo tacque; e l'alloro annuì con i suoi rami
appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo.
ore 14.45
26 giugno 2009
maturità
"E non dovranno davvero essere ascoltati quelli che penseranno necessario adirarsi duramente con gli avversari e che riterranno che ciò sia degno dell’uomo magnanimo e forte; niente infatti è più lodevole, niente è più degno dell’uomo grande e illustre dell’indulgenza e della clemenza. In verità presso popoli liberi e nell’equità del diritto, si deve esercitare anche l’affabilità e quella che si dice imperscrutabilità dell’animo affinché, se ci adiriamo o con coloro che ci avvicinano in un momento inopportuno o ci fanno richieste in modo sfrontato, non cadiamo in una intrattabilità inutile e detestabile. E d’altra parte si deve lodare la mitezza e clemenza in modo tale che però, per il bene dello Stato, sia usata la severità, senza la quale una comunità non può essere amministrata. Ogni provvedimento e ogni rimprovero deve poi essere privo di offesa e non deve essere rapportato all’interesse di colui che punisce qualcuno o lo rimprovera a parole, ma a quello dello Stato. Bisogna anche evitare che la punizione sia maggiore della colpa e che, per le medesime imputazioni, alcuni siano puniti, altri neppure chiamati in giudizio. Soprattutto poi si deve tener lontana l’ira dal punire; mai infatti chi si accosterà irato a comminare la pena manterrà quella via di mezzo che sta tra il troppo e il troppo poco, che piace ai Peripatetici -e giustamente piace- a condizione di non lodare l’iracondia e non dire che utilmente essa ci sia stata fornita dalla natura . Quella anzi deve essere respinta in tutti i campi e si deve desiderare che coloro che sono a capo dello Stato siano in tutto simili alle leggi, le quali sono condotte a punire non dall’iracondia, ma dal senso di giustizia."
Cicerone, dal De officiis, libro I, 88-89
Versione di latino, maturità 2009
ore 14.37
24 giugno 2009
23 giugno 2009
Toc Toc
Se tu bussi, io apro
Se io busso, tu non apri
E ho smesso di sfondare porte un po' di tempo fa.
ore 12.40
Quando eri piu' insicuro, eri piu' sexy.
Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!
ore 2.02
22 giugno 2009
Appena arrivata a roma ho conosciuto Stefania e la sua famiglia. Parlando con la mamma avevo scoperto che aveva frequentato lo stesso liceo di mia madre. Fu così che un pomeriggio le facemmo incontrare.
Il resoconto dell'incontro fu piu' o meno il seguente: "Sono deliziose, sono stata benissimo da loro, ci siamo ricordate dei prof. e un sacco di risate. E' stato divertente, ma te lo devo dire, devi stare attenta Stefania in camera ha una foto di Alessandro, quella che hai anche tu sullo specchio del bagno. Non so come sia possibile, non devi fidarti".
Uno, Alessandro è stato il mio bellissimo grande amore della giovinezza.
Due, la foto è questa qui.
ore 15.05


